16 luglio 1917 – Fucilazione Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa

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 a cura di Giulia Sattolo

 

Sanguinis mortisque colores gestamus, ubique victores.

(Portiamo i colori del sangue e della morte: ovunque vincitori)

 

La Brigata Catanzaro durante la prima guerra mondiale si meritò due medaglie al valor militare. Essa fece parte delle 25 brigate di nuova formazione nel 1915 e fu costituita dal 141° Reggimento Fanteria e dal 142°. Il 141° era formato prevalentemente da ragazzi nativi della Calabria; da Catanzaro e da Reggio Calabria. Ma massiccia fu pure la presenza di siciliani e pugliesi. Il 141° Reggimento Fanteria, nato nell’imminenza della guerra, fu impegnato per oltre due anni sul fronte più duro, quello del Carso. La Brigata Catanzaro fu inviata in Friuli dove fu inquadrata nella Terza Armata, che obbediva, e di ciò si gloriava, agli ordini di Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d’Aosta. Nel febbraio del 1916 il 141° scese a riposo a S. Maria la Longa, dove la Brigata fino a primavera avrebbe continuato ad addestrarsi, e fu costretta anche a svolgere lavori campali e stradali. Un momento particolare fu vissuto dal reggimento il 28 marzo 1916, presso il campo di aviazione e di istruzione di Bicinicco (paese confinante con S. Maria la Longa), con la consegna della bandiera di guerra al 141° Reggimento Fanteria e la benedizione data dal cappellano militare del reggimento don Giovanni Manella.

 

27 maggio 1916. 12 fucilati del 141° Reggimento per sbandamento.

Nei giorni dal 19 al 23 maggio 1916 la Brigata Catanzaro, che faceva parte del XIV corpo d’armata, venne trasferita a scaglioni sull’Altipiano dell’Asiago. Il 26 maggio due battaglioni del 141° Rgt. vennero schierati in prima linea sul Monte Mosciagh, mentre il resto del reggimento era rimasto sulle pendici del monte, pronto come riserva nel caso fosse necessario dover intervenire ma, verso le ore 19, un violento temporale accompagnato da una fortissima grandinata colpì il reggimento, ed il nemico austriaco ne approfittò per un attacco a sorpresa. Ci fu il panico, cosicché alcuni soldati si ritirarono in modo disordinato. Nel caos che seguì, alcune centinaia di soldati del 141° si sparpagliarono nel bosco vicino, finendo bersagliati dal fuoco italiano. La giustizia sommaria li colpì duramente. Vennero, infatti, ordinate 12 fucilazioni e sessantasei arresti con rinvio a giudizio. Il Colonnello Attilio Thermes, comandante del reggimento, in ottemperanza alle disposizioni emanate dal Comando Supremo, ordinò l’esecuzione sommaria. L’episodio dell’ammutinamento accaduto sul monte Mosciagh turbò gli animi dei fanti, ma in seguito a questo episodio la Brigata Catanzaro continuò a dare numerose prove di impegno e sacrificio.

Il 6 agosto le truppe furono riunite per agire contro il S. Michele; mossero risolute all’attacco e, superata la tenace resistenza, raggiunsero gli obiettivi assegnati catturando molti prigionieri ed un ingente bottino di guerra. Il 9 agosto la Brigata Catanzaro mosse successivamente all’attacco e, il 142° occupò un tratto di trincea e cattura altri prigionieri. Il 12 agosto poi, dopo aver resistito ad una forte pressione, conquistò il Nad Logem.

La Brigata Catanzaro era ridotta ormai di numero a causa delle rilevanti perdite, ma continuava a combattere ed avanzava, collegata con i granatieri e la “Lombardia”, riportando altri notevoli successi. Il contegno, l’alto valore, la grande forza, accompagnata dall’eroismo in tutte le azioni svolte, faranno meritare alla Brigata Catanzaro la Medaglia d’Oro e poi la Medaglia d’Argento. Sarà proprio il Re con decreto del 28 dicembre 1916, a concedere motu proprio alla bandiera del glorioso 141°Reggimento la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Anche la bandiera del 142° ebbe la meritata decorazione con la concessione della Medaglia d’Argento al valor militare.

 

La tragica estate del 1917

Nel mese di giugno del 1917, tra le file del Regio Esercito, serpeggiavano inquietudine e disagio, dovuti soprattutto alla difficile situazione dei reparti di prima linea, con forze troppe numerose ammassate su posizioni precarie e non organizzate.

Si temeva che la fatica ed il dolore di questi soldati, mandati troppe volte a combattere in prima linea, potessero sfociare in manifestazioni violente, seppur isolate.

La Brigata Catanzaro dalla fine del maggio ’17 si trovava in Friuli, precisamente nelle località di Ruda e di Perteole. Il giorno 2 di giugno i due reggimenti 141° e 142° vennero trasferiti a Gonars ed a Morsano di Strada. Fu proprio verso la sera di quello stesso giorno, alle ore 19.30, che un “fonogramma a mano” del XIII Corpo d’Armata preannunciò un altro trasferimento in autocarro verso Ferletti con la prospettiva di un imminente combattimento in corso.  Questa notizia, diffusasi rapidamente tra le file dei due reggimenti, non venne certo accolta con entusiasmo, in quanto i soldati volevano godere di un periodo di meritato riposo. Pochi minuti dopo averla appresa, verso le ore 20, dall’accampamento del 142° Rgt. partirono una decina di colpi di fucile. Gli ufficiali stabilirono subito la calma, ma rimase molto malcontento all’interno della Brigata. Per meglio indagare e stabilire le altre eventuali responsabilità sui fatti del 4 giugno, il 21 giugno vennero trasferiti al 142° reggimento fanteria (per precedente disposizione del comandante il XIII Corpo d’Armata) alcuni militari dell’arma dei CC.RR. travestiti da soldati di fanteria.  Intanto, l’8 di giugno, il maggiore generale Thermes ebbe il comando della 33a Divisione ed il suo posto alla testa della brigata fu preso il 14 giugno dal colonnello Adolfo Danise, che vi rimarrà fino al 22 di luglio dello stesso anno. Il turno di trincea trascorse senza eventi particolari; cosicché il 24 di giugno i soldati del 141° e 142° Rgt. vennero rilevati dai Granatieri di Sardegna e vennero portati per un periodo di riposo nella località di S. Maria la Longa, che durante la Grande Guerra era diventata un importante centro logistico della 3a Armata. Nei giorni seguenti all’episodio accaduto a Gonars nei primi di giugno, si guardava ancora con molta preoccupazione a quanto era accaduto. Infatti, benché le truppe stessero tenendo un buon comportamento, il malcontento covava ancora, così come un malcelato spirito di ribellione. I soldati, se subito dopo il loro arrivo in paese mostrarono scarsa disciplina, riponevano speranza nel periodo di riposo che avrebbero trascorso a S. Maria la Longa perché finalmente credevano di poter godere di un po’ di tranquillità dopo le molte fatiche. I fanti della Catanzaro erano stati molto provati, specialmente nelle continue azioni sul Carso e nella X Battaglia sull’Isonzo. Iniziarono a trascorrere il loro periodo di riposo, nei giorni di inizio estate in quel paese di campagna del medio basso Friuli.

Il Comune di S. Maria la Longa, nel censimento del 1911 contava 2345 abitanti; il paese da solo ne contava circa 1100 circa. Durante la Grande Guerra questo Comune divenne una vera zona di riposo, ma aveva assunto l’aspetto di una città, con baracche lungo la strada, che andavano da appena fuori Palmanova, che dista soli 3 chilometri, fino a S. Stefano, frazione distante poco più di un chilometro; e i soldati erano molti per ogni borghese qui come minimo c’erano dieci soldati. Nel mese di novembre del 1916 nel Comune gli ospedaletti da Campo erano così suddivisi:

N°206   nel Capoluogo – N°203   nella frazione di Meretto – N°0122 nella frazione di Ronchiettis – N°011   nella frazione di Tissano.

L’estate del 1917 fu parecchio afosa, e gli uomini della Catanzaro si portavano dietro il miraggio e la grande speranza di un lungo periodo di meritato riposo. Erano a conoscenza che una nuova offensiva era in preparazione, ma speravano che per questa volta non toccasse loro combattere. Oltretutto il 7 luglio 1917 una disposizione del Comando della 3a Armata diramò ai Corpi d’Armata dipendenti una nuova disposizione. Per ordine del principe Emanuele Filiberto di Savoia, alle sue brigate dovevano essere concessi almeno venti giorni di riposo invece che i dieci regolamentari.  Questo proprio perché nella nuova offensiva, prevista per metà agosto, le unità che vi avrebbero partecipato, avrebbero dovuto essere adeguatamente preparate non solo dal punto di vista del corpo ma anche da quello dello spirito, grazie proprio ad una lunga pausa effettuata nelle retrovie. La notizia venne accolta da migliaia di combattenti con molta soddisfazione; e dalla Catanzaro in modo particolare, questo perché la Brigata dall’inizio della Grande Guerra era stata quasi ininterrottamente impegnata sul fronte, dove aveva perso molti dei suoi uomini.

Le perdite della Brigata Catanzaro tra il 1915 ed il 1916 furono di 1.062 morti, i feriti furono 10.203 ed i dispersi 2.078.

Il parroco di S. Maria la Longa, don Fiorenzo Venturini, che aveva avuto sentore del malcontento della truppa della Catanzaro, e che era venuto pure a conoscenza che i soldati stavano tramando qualcosa di pericoloso, si presentò al Comando per riferire in prima persona tutto quello di cui lui era a conoscenza al colonnello brigadiere Danise che aveva ai suoi ordini la Brigata Catanzaro.   Il colloquio fra il parroco don Venturini ed il colonnello Danise fu breve e conciso ma anche molto sbrigativo. Secondo molte voci, era nell’animo della truppa il desiderio di preparare una manifestazione in accordo con i soldati appartenenti a truppe di altra brigata accantonata per il periodo di riposo a S. Stefano Udinese.  Arrivò così domenica 15 luglio 1917. Quel giorno pervennero nuove disposizioni: i due reggimenti avrebbero dovuto lasciare gli accantonamenti di S. Maria la Longa per portarsi in due giornate di marcia a Staranzano, a disposizione del XIII Corpo d’Armata, lungo un itinerario che toccava Palmanova, Ajello, Ruda, Villa Vicentina, Pieris. Verso sera arrivarono in paese numerosi carabinieri, parecchie centinaia, raccolti nelle zone vicine.

Nel frattempo i carabinieri infiltrati vennero scoperti e per questo vennero ritirati ma in quel breve periodo di permanenza essi riuscirono a raccogliere alcune notizie che permisero di capire che all’interno del 142° fanteria vi erano nove militari ritenuti i principali istigatori di possibili atti di indisciplina, non appena se ne fosse presentata all’interno del reggimento l’occasione. Vennero fatti arrestare per misura precauzionale i nove militari, presunti preparatori della rivolta. Intanto, nella mattina, la brigata che si trovava accantonata a S. Stefano e con la quale la Brigata Catanzaro era in accordo, venne fatta partire improvvisamente. Vennero ricordate le norme in rigore da adottare in caso di necessità, dando lettura della circolare telegrafica del Comando Supremo n°2910 in data 1°novembre 1916; pervenuta in quel Comando con pari data e con il n°27357 di Prot. e dell’ordine del giorno 1°novembre 1916 sempre di quel Comando indirizzata ai comandi d’armata ed al XII Corpo d’armata. In quella circolare telegrafica, Cadorna riferì di due ammutinamenti verificatisi nel Vallone, sul Carso alle spalle di Gorizia. Entrambi i casi si conclusero con alcune fucilazioni senza processo ordinate dal comandante del XI Corpo d’Armata. Anche in paese tutti erano al corrente che la rivolta ci sarebbe stata; i soldati per le vie di S. Maria dicevano: Questa sera verrà il bello! La testimonianza scritta nei due diari reggimentali riporta l’inizio della rivolta verso le ore 22.30.  Dalla laconica annotazione del diario del 141° si apprende:

Verso le ore 22.30 si udirono dagli accantonamenti della brigata colpi di fucile dovuti ad alcuni facinorosi, in segno di protesta contro il ritorno dei reggimenti verso il fronte. L’intervento degli Ufficiali valse a calmare la truppa e a frenare i rivoltosi.

La rivolta, pertanto, iniziò verso le ore 22.30 con segnalazioni fatte con razzi sparati in aria e spari di fucile; poi fecero seguito le intimidazioni e le minacce verso quelli che non si decidevano a prendere parte alla rivolta, alcuni ufficiali e soldati vennero uccisi, con fucilate, bombe a mano e con colpi dati con il calcio del fucile sulla testa e sull’addome: vi furono anche alcuni tentativi di appiccare l’incendio ad alcune baracche, e vennero impiegate alcune mitragliatrici. Manovrarono come in un’autentica zona di guerra. Tutto questo fragore di scoppi fece tremare i vetri delle finestre delle abitazioni. Gli abitanti del paese seguivano terrorizzati quanto stava accadendo dalle finestre delle case, con grave rischio perché le pallottole fischiavano dappertutto; anche se la strada di accesso al paese di S. Maria la Longa era sbarrata dai carabinieri. Gli spari vennero indirizzati contro la sede del comando, il palazzo Bearzi, e contro il palazzo del conte di Colloredo, dove i soldati credevano vi fosse D’Annunzio. Dal diario del 142° si apprende che tutti gli ufficiali intervennero subito tra la truppa, ma il movimento di rivolta era molto esteso ed aveva assunto oramai la forma di un vero conflitto a fuoco. Gli ufficiali erano presso i loro reparti ed alcuni riuscirono a trattenere gli uomini nelle loro baracche, impedendo loro di partecipare ai disordini, e respingendo anche con l’uso delle armi i rivoltosi che dal di fuori, con grida e minacce, invitavano i restanti a partecipare. Altri affrontarono i gruppi di ammutinati, che in parecchi casi si ribellarono uccidendo il tenente Roberto Puleo del 141° ed il tenente Felice Bottino del 142°, e ferendo gravemente i maggiori Janni e Betti del 142° ed il tenente Bassi del 141°.  Arrivarono i rinforzi. Sul sito pervennero (oltre che le compagnie mitragliatrici fidate, che il comando brigata aveva dichiarato di avere alle sue dipendenze), gli squadroni di cavalleria ed i nuclei dei carabinieri reali già pronti a muovere al primo ordine. Poco dopo le ore 23.30, all’interno della 6a Compagnia era tornata la calma. Ma poco dopo si udirono funzionare nuovamente le mitragliatrici. Verso le ore 2 di notte era tornata la calma e i sette militari che avevano sparato furono arrestati. Successivamente verso le ore quattro, parte del secondo battaglione del 142° si ammutinò asserragliandosi nei propri baraccamenti con mitragliatrici. Per tale motivo venne richiesto l’invio dell’artiglieria e delle autoblindo che però non ebbero motivi per aprire il fuoco. Alle 6.25 la calma era tornata; vennero recuperate le mitragliatrici, i carabinieri rastrellarono i più violenti ed gli istigatori. Nell’affrontare i rivoltosi trovò la morte il RR. CC. Francesco Baramasco del 300° Plotone e fu ferito, fra gli altri, il sergente Sebastiano Cultrera dello S. M. del 142° mentre dava manforte ai RR. CC. Qualche militare rivoltoso era comunque riuscito a fuggire. Gli altri intanto vennero fatti rientrare nelle loro baracche, restando agli ordini del Comando di Reggimento. Sul luogo si trovava anche il comandante della Brigata, il Colonnello Brigadiere Adolfo Danise e, proprio per suo ordine, quattro militari che durante la notte furono sorpresi con le armi in mano a partecipare alla rivolta vengono passati per le armi; pure nella 6a Compagnia del 142°, che durante la notte si era ammutinata e non aveva ubbidito agli ordini dei suoi ufficiali, ha luogo una decimazione ed altri dodici militari, ad essa appartenenti, sono passati per le armi: è quanto si apprende dal diario storico del 142° Reggimento. Nel diario del 141°, viene riportato che sono dodici i militari che verranno fatti fucilare per i fatti accaduti durante la notte, in seguito a sentenza del Tribunale straordinario di Guerra. Queste sono le uniche notizie relative alla rivolta della Catanzaro che vengono riportate sui due diari. Ma, per limitare le fucilazioni, si eseguì il sorteggio uno ogni dieci, così furono dodici i condannati.  Tutti gli altri (cento ventitré compresi gli indiziati arrestati il giorno precedente) furono arrestati e portati nelle carceri e contro di essi venne istituito un processo. La fucilazione, a detta del Comandante del Corpo d’Armata, il Tenente Tettoni, era di salutare esempio sugli elementi deboli, inerti e pusillanimi, che con il loro contegno passivo avevano favorito l’opera dei facinorosi, e da lui fu ordinata in quanto aveva a mente la circolare del 1°novembre del Comando Supremo. L’esecuzione dei fanti venne per questi motivi eseguita immediatamente in presenza di due compagnie, una per ciascun reggimento, probabilmente tra le ore 5.30/6.30 – 8.30. Vennero caricati su di un camion e portati al cimitero parrocchiale dedicato a S. Cecilia, di S. Maria la Longa, messi al muro, sotto i cipressi, e mitragliati. D’Annunzio nelle sue memorie descrive questo drammatico momento. Fu un cappellano militare a prestare loro assistenza religiosa e conforto.  Nessuno degli abitanti del paese assistette alla fucilazione. Gli unici testimoni diretti furono dei ragazzini che si nascosero tra le piante di granturco che arrivavano fino al limite del cimitero. Le salme furono sepolte nel primo pomeriggio in una fossa comune, situata dietro le mura del cimitero. Il reggimento, verso le ore 10.30/10.50, si mise in marcia da S. Maria la Longa verso Perteole, seguendo l’itinerario da Meretto – Palmanova – Privano – Joannis – Aiello – S. Canziano. All’atto della partenza e poco prima vi fu qualche disordine; fu sparato qualche colpo di fucile, e si udirono molte grida sediziose a qualche insulto indirizzato agli squadroni, che intervennero prontamente. Fu fatto qualche arresto, dopo di che i reparti che richiedevano a gran voce i camion, s’incamminarono; i reparti successivi furono molto più ordinati. Siccome la marcia fu effettuata in ore molto calde, vennero prese molte precauzioni e la marcia fu lenta perché ci furono delle interruzione frequenti. Per riposare, ma anche perché molti soldati gettavano i pacchetti di cartucce, ed i caricatori del fucile 91 in segno di protesta; se ne trovarono molti disseminati per la via partendo da S. Maria la Longa. Bastò questo fatto per far fucilare altri soldati, dopo un giudizio sommario. Questa decimazione venne fatta a Saciletto, vicino a Cervignano. Le auto mitragliatrici, la cavalleria ed i carabinieri seguirono la colonna controllandola, visti i precedenti. Quando il comando di armata, alle ore 19, diede ordine di sospendere la marcia, la truppa era già arrivata a Cavenzano. Si dispose pertanto che si accampasse ad est della località di Ruda, precisamente nella località di S. Andrea.

 

I provvedimenti e le sentenze dopo la rivolta

Nei giorni seguenti alla rivolta, presso il Comando Supremo dell’esercito, si cercò di individuare le cause di quanto era successo, e si presero i primi provvedimenti nei confronti dei presunti istigatori della sommossa:

– il malcontento, come causa principale, formatosi nella truppa per la falsa credenza di un trattamento ingiusto;

– la propaganda dei partiti sovversivi che s’infiltrava nelle masse incolte;

– le notizie pervenute ai soldati riguardanti la Rivoluzione Russa, che nelle loro menti produssero, a parere di Emanuele Filiberto di Savoia, idee molto pericolose fra i soldati;

– altri fenomeni di indisciplina avvenuti precedentemente all’interno della Catanzaro.

Grande fu il timore di Emanuele Filiberto di Savoia che il malcontento si diffondesse all’interno delle altre truppe, se gli ufficiali non avessero avuto la fermezza adeguata.

Uno dei primi provvedimenti di Emanuele Filiberto di Savoia fu quello di allontanare dalla brigata i comandanti che avevano perso prestigio, gli ufficiali che non riuscirono a compiere in maniera adeguata il loro lavoro, e sostituiti i soldati sospetti, il cui numero ammonterebbe a 463, con reparti più sani e migliori. La rivolta a suo parere accadde anche perché i comandanti avevano assunto da poco tempo il comando della brigata, che all’interno aveva già delle “truppe bacate”: per questo essi, a parer suo, non riuscirono durante la rivolta a sedarla in quanto mancavano di prestigio nei loro confronti.

 

La Relazione del Generale Donato Antonio Tommasi

Per l’Italia si parla proprio di esecuzioni eccezionali e troppo fuori controllo e questa era una considerazione che si faceva già nel 1919.  Proprio in quell’anno Diaz incaricò, in data 28 luglio, il generale Donato Antonio Tommasi, capo della giustizia militare, di raccogliere tutte le notizie possibili e disponibili: ne nacque una vera e propria relazione che per troppi anni rimase dimenticata. Fu poi fortunatamente ritrovata. Tommasi non ebbe molto tempo a disposizione, la copia della relazione fu eseguita entro il settembre di quello stesso anno. La ricerca fu svolta negli archivi del cessato Reparto disciplina, avanzamento e giustizia, diventato l’Ufficio giustizia del Comando Supremo. Altre ricerche vennero eseguite presso i comandi d’armata. Il compito di Tommasi era quello di dare un giudizio di legittimità su ogni caso ed elaborare un’analisi generale; ma non ricevette la collaborazione di cui auspicava, in quanto parecchi reparti non risposero alle sue richieste. Risulta persino che molte fucilazioni sommarie segnalate al Comando Supremo, non siano state segnalate invece a Tommasi. Altro materiale archivistico, invece, risultava mancante, in quanto, dopo la sconfitta di Caporetto, venne distrutto. Tommasi suddivise la relazione in due parti; la prima di stampo dottrinale riguardante l’ordinamento penale castrense, la seconda era un’illustrazione dei quarantatré casi di cui aveva avuto notizia (riguardanti anche più di una persona giustiziata) divisa in gruppi:

  1. a) diciassette casi giustificati;
  2. b) cinque esecuzioni ingiustificate con conseguenza di denuncia;
  3. c) tre esecuzioni dall’esplicito avvallo del comandante supremo quindi intoccabili;
  4. d) diciotto casi con documentazione insufficiente.

Quale fu il metro di valutazione usato da Tommasi per stabilire se una fucilazione potesse essere giustificata?

Tre erano questi parametri:

1) flagranza del reato e repressione immediata;

2)  svolgimento dello stesso “in faccia al nemico”;

3) pericolo grave ed immediato per l’incolumità del reparto; l’esecuzione sommaria venne giustificata anche come legittima difesa.

La relazione era corredata da fascicoli con gli allegati riguardanti i casi. Il giudizio sul metodo dell’esercito italiano fu duro; arretrato nel suo sistema gravata dall’estrema severità imposta da Cadorna.  Ma la Commissione d’inchiesta soprassedette e formulò un giudizio che costituì una menzogna storica, continuando a divulgare la leggenda che l’Esercito italiano era governato da spirito paterno, e che gli unici eccessi del regime disciplinare furono costituiti da Cadorna e da Cappello. La relazione non venne mai divulgata negli ambienti politici e militari. Ma nella relazione Tommasi, la rivolta della brigata Catanzaro venne inserita poi nelle esecuzioni sommarie giustificate: egli dichiarò, addirittura, che venne applicato “senso lodevole di umanità” per il fatto che non venne fatta giustiziare tutta la 6a Compagnia del 142° reggimento fanteria. Tommasi, pertanto, giustificò le misure repressive che erano state prese nei confronti degli uomini della Catanzaro.

 

(tratto da Giulia Sattolo, La rivolta della Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa. Storia e Memoria, Tesi di laurea, AA 2005/2006 – © riproduzione riservata)

 

Giulia Sattolo è nata nel 1980 e vive a Santa Maria la Longa (provincia di Udine). Nel 2006 ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo storico – moderno con la tesi “La fucilazione della Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa. Storia e memoria” che ha riscosso un notevole interesse fra gli storici ed è stata presentata in diverse località sia a livello regionale che nazionale. Nel 2010 ha conseguito la laurea specialistica in Storia e civiltà europee con la tesi “Come finì la prima guerra mondiale attraverso i diari parrocchiali” (la tesi ha vinto secondo posto ex equo premio letterario “Tesi Friuli” indetto dall’ERDISU AA ‘09-‘10).
Lavora presso il Dipartimento di Lingue Letterature, Comunicazione, Formazione e Società (DILL) dell’Università degli Studi di Udine dov’è stata assegnista di ricerca. Dall’anno 2013 ha collaborato continuativamente al progetto “Repubblica della Carnia 1944. Turismo della memoria”; tale ricerca è confluita in seguito nel portale-piattaforma (consultabile al sito www.repubblicadellacarnia1944.uniud.it) dove si possono consultare tutti i luoghi di interesse.
È stata coordinatrice storica della mostra sulla Grande Guerra a Cividale del Friuli “Frammenti di Memorie. Cividale del Friuli e la Società Operaia durante la Prima Guerra Mondiale”. Attualmente è coinvolta nella preparazione degli eventi commemorativi indetti dalla Regione Friuli Venezia Giulia, all’interno del progetto “I Luoghi della guerra visti con gli occhi della pace”, per commemorare il centenario della Grande Guerra. Attualmente tiene diverse serate storiche in cui presenta i suoi lavori di ricerca.
È stata coinvolta, per collaborazioni storiche, in diverse presentazioni di libri storici.
Recentemente ha fornito la consulenza storica per alcuni articoli inerenti alla rivolta, seguita da una decimazione e da fucilazione, della Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa il 16 luglio 1917.  Ha scritto diversi saggi riguardanti la violenza e gli stupri di guerra perpetrati alle donne durante la Prima Guerra Mondiale e anche inerenti ai figli della guerra ed agli orfani di guerra.
Ha partecipato alla realizzazione, con un’intervista, come esperta storica della rivolta seguita dalla decimazione e dalla fucilazione della Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa avvenuta il 16 luglio 1917, del docufilm ‘15/’18. Disobbedienti alla GUERRA, per la regia di Fredo Valla, prodotto dalla casa di produzione cinematografica Nefertiti Film
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